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La manomissione delle parole

Una volta, in prima elementare, durante la ricreazione ho litigato con un mio compagnuccio di classe. Io gli ho detto ‘figlio di puttana’, lui mi ha scagliato il pallone in faccia. Fortissimo.
Mi è sceso il sangue dal naso e sono finita in punizione. Non sapevo cosa volesse dire esattamente ‘puttana’ però ero lì, in classe da sola e con la faccia in fiamme. Quel giorno ho capito davvero che le parole hanno delle conseguenze concrete e usarle senza la piena consapevolezza del loro significato è quantomeno rischioso.

Da quel momento, di fronte a termini impiegati con leggerezza, provo automaticamente un vago senso di preoccupazione. Come il timore che un pallone possa sbucare all’improvviso da non so dove e colpire qualcuno in pieno viso. Certo, è un’inquietudine proporzionata al contesto e per fortuna spesso si risolve in considerazioni geriatrico-dantesche (“non ti curar di loro, che adesso con tutti quegli aggeggi lì la gente non è più capace a parlare e ai miei tempi imparavamo le poesie a memoria e si scriveva col calamaio, ma guarda i lavori in corso e passa”) e muore lì (sulle strisce pedonali).  Altre volte invece no. Soprattutto quando non si tratta di mio cugino ubriaco che arringa i parenti contro il capitalismo dopo la cena di Natale e poi indice una gara di rutti (esempio casuale eh, prima che mi scrivano le zie preoccupate), bensì di un fenomeno di portata leggermente più ampia. (Con tutto il rispetto per mio cugino che comunque rutta benissimo).

Mi riferisco, ebbene sì, a Grillo e al Movimento Cinque Stelle. ‘Macchettefrega che sei pure svizzera’ mi dice qualcuno, sottintendendo con quel ‘pure’ che farei comunque meglio a parlare di cose che mi competono, al di là del passaporto. E gli do ragione.
“Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco!” strillava Nanni in Sogni d’oro. Sì, sarebbe meglio non farlo. O almeno credo. Dove si situi esattamente il limite tra libertà d’espressione e opinionismo defilippiano è una questione ampia e complessa (pane per altri post, magari).

Di politica italiana io so molto poco o forse nulla. Il successo di Grillo rappresenta però un caso emblematico anche dal punto di vista della comunicazione, e credo che chiunque si dichiari anche solo vagamente interessato al tema non dovrebbe rimanervi del tutto indifferente (svizzerotto o non). Ecco perché vorrei abbozzare una riflessione su alcuni aspetti che mi lasciano alquanto perplessa.


Un nuovo vocabolario

Grillo compie un’operazione sistematica con le parole che utilizza più spesso: le semplifica.
Le priva della molteplicità di significati che per natura della lingua italiana esse possiedono, riducendole ad una sorta di ‘valore assoluto’. Cancella la gamma di sfumature che sta tra positivo e negativo, giusto e sbagliatobene e male.

Ed ecco allora che:

rete = bene
laureato = bene
intellettuale = male
nuovo = bene
cambiamento = bene
vecchio = male
cittadino = bene
partito = male

e via dicendo.

Prendiamo ad esempio la prima parola: rete. È un termine fondamentale nel vocabolario di Grillo e ricorre praticamente in ogni intervento (insieme a una serie di termini simili come streaming, open source, piattaforma, ecc.). Il termine rete diventa così sinonimo di (a turno): conoscenza, libertà, democrazia, giustizia.
Si dà il caso però che la rete sia uno strumento, non un valore; un mezzo, non un fine. Non può essere buona e giusta in sé, ma acquista un senso unicamente in base all’utilizzo che ne viene fatto. (E mi viene in mente la battuta sugli smarphone “I possess a device, in my pocket, that is capable of accessing the entirety of information known to man. I use it to look at pictures of cats and get in to arguments with strangers”). E allora sbandierarla come valore è un po’ come andare per strada e urlare “Sono al telefono! Siamo tutti al telefono!”. Di per sé, non significa proprio nulla.

Ultimamente ho riletto il libro di Gianrico Carofiglio La manomissione delle parole (2010), da cui il titolo del post. L’autore riflette sull’enorme potere della lingua e mostra come un uso improprio, oltre a svuotare le parole del loro significato profondo, possa influenzare negativamente il corso degli eventi. Il primo capitolo inizia così:

~ Gustavo Zagrebelsky ha detto: Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica, e, con essa, la vita democratica”. Nel suo ideale decalogo dell’etica democratica egli ha incluso la fede in qualcosa, la cura delle personalità individuali, lo spirito del dialogo, il senso dell’uguaglianza, l’apertura verso la diversità, la diffidenza verso le decisioni irrevocabili, l’atteggiamento sperimentale, la responsabilità dell’essere maggioranza e minoranza, l’atteggiamento altruistico, e, a concludere il decalogo, la cura delle parole.

E ancora:

~ Le parole sono anche atti, dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. Esse sembrano non avere peso e consistenza, sembrano entità volatili, ma sono in realtà meccanismi complessi e potenti, il cui uso genera effetti e implica (dovrebbe implicare) responsabilità.
[…] Esiste però un fenomeno più grave, inquietante e pericoloso: un processo patologico di vera e propria conversione del linguaggio alll’ideologia dominante. Un processo che si realizza attraverso l’occupazione della lingua, la manipolazione e l’abusivo impossessamento di parole chiave del lessico politico e civile.

Temo che il parallelismo sia più che evidente.
Carofiglio cita poi a sostegno della sua tesi anche un brano di 1984 (1949). In questo passaggio George Orwell descrive come il regime Oceania non si limiti ad alterare la verità ma arrivi a forgiare un nuovo linguaggio, attraverso la costante e irreversibile riduzione del senso delle parole. Nasce così quella che Orwell battezza neolingua:

~ La Neolingua era intesa non a estendere ma a diminuire le possibilità del pensiero; si veniva incontro a questo fine appunto, indirettamente, col ridurre al minimo la scelta delle parole. (…) Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero.

Prosegue Carofiglio:

~ Nella neolingua il numero delle parole viene ridotto al minimo e ogni parola residua viene limitata a un unico possibile significato. L’abbondanza di parole e la molteplicità di significati sono strumenti del pensiero, ne accrescono la potenza e la capacità critica: parallelamente la ricchezza del pensiero richiede, e anzi esige, ricchezza di linguaggio.

Vi è poi tutta la questione delle parolacce e gli appellativi tra l’ironico e l’offensivo.
Oltre ai nomignoli affibbiati ai politici (Psiconano, Topo Gigio, Rigor Montis, Frignero, Morfeo e in generale salme e zombie) non si risparmiano gli epiteti dedicati ai commentatori del blog fuori dal coro (i famosi schizzi di merda digitali).

Sempre da La manomissione delle parole:

~ Cambiare i significati – o, più semplicemente, confonderli e cancellarli – è la premessa per l’impossessamento abusivo di parole chiave del lessico politico e civile. Esse vengono distorte, piegate, snaturate, e infine scagliate con violenza contro gli avversari. 

E anche:

~ La ripetizione continua, ossessiva, è uno degli stilemi principali di una lingua totalitaria, laddove il totalitarismo della lingua non va sempre e necessariamente insimee al totalitarismo della forma di governo. È, quella totalitaria, una lingua gonfia di odio e di isterismo, che si appropria delle parole e le usurpa, nutrendo con esse le minacce, le allusioni a complotti, i tentativi di creare e seminare tensione; una lingua che dice per poi negare di aver detto; che disprezza i cittadini allo stesso modo degli avversari politici.

 

Emozioni, leadership e storytelling

Per dirla alla romana, Grillo è un uomo ‘de core’. Un entusiasta, uno che sul palco ci lascia i polmoni, oltre a svariati litri di sudore. Credo si percepisca chiaramente che il suo coinvolgimento è autentico. Il problema è che non sempre la bontà delle intenzioni giustifica lo scaldare gli animi bypassando i cervelli. Fare leva sulle emozioni è umano, inevitabile e anche sacrosanto, ma quando diventa una costante bisogna perlomeno tenere presente che comporta alcuni rischi. L’emotività, infatti, si contrappone per sua natura al raziocinio.
Tanto per esser chiari:

Razionale  [ra-zio-nà-le] agg.

1 Che si basa sulla ragione; che è fondato su un ragionamento rigoroso e sistematico: decisione, metodo r.
2 Rispondente a criteri di funzionalità: distribuzione, architettura r.
3 mat. Fondato sul ragionamento dimostrativo: geometria r. || numeri r., l’insieme dei numeri interi, frazionari, decimali finiti e decimali periodici

Emotivo [e-mo-tì-vo] agg., s.

agg.
1 Che ha natura di emozione: tensione e.
2 Incline a turbarsi e agitarsi, impressionabile

E allora, da profana della politica, ipotizzo che se durante la solita cena di Natale, dopo la gara di rutti mio cugino salisse sul tavolo rovesciando l’unica bottiglia di limoncello che ancora non era riuscito a bere e con un piede nella torta alla crema ci esortasse a riflettere sul valore della famiglia, dicendo che ci ama tutti e vuole che cantiamo Jingle Bells tenendoci per mano, il registro emotivo andrebbe più che bene. Quando invece si tratta di prendere decisioni che determineranno le sorti di un paese, non proprio. O non solo, almeno.

Di nuovo Carofiglio, a pagina 52 dice in termini un po’ più seri (ma solo perché non è mai stato a una delle nostre cene di Natale):

~ Il potere costituito su basi emotive è l’opposto della democrazia, che si fonda invece sulla discussione critica, sull’argomentazione, sulla ricezione di istanze molteplici: è un potere “che regredisce alla logica primitiva dell’amico/nemico, da cui la cultura occidentale ha cercato di emanciparsi proprio attraverso la politica, intesa come gestione razionale di interessi contrastanti”. (Nel virgolettato cita di nuovo Zagrebelsky).

Ma vediamo in base a quali elementi possiamo effettivamente affermare che si tratti di un linguaggio basato sulle emozioni piuttosto che sull’esposizione razionale dei fatti.
Continuando ad osservare le parole, ecco con che frequenza ricorrono i termini legati alle emozioni nel blog di Grillo:

Paura + terrore + spavento 7.760 + 854 + 448
Una tranquilla Italia da paura
Speranza
: 8.050
I numeri a 5 stelle della speranza
Vergogna
: 5.090
La vergogna dei contributi all’editoria
Schifo + ribrezzo + disgusto
: 4.510 + 186 + 391
Lo schifo al governo
Rabbia + arrabbiato + incazzato
: 2.810 + 594 + 987
Contribuenti cornuti, mazziati e incazzati
Offesa + offendere
: 1.700 + 832
“Ragazzi, questa settimana il ‘pseudosettimanale’ Panorama (sappiamo chi è l’editore….) attacca con il titolone “ecco come Grillo intasca i soldi pubblici”!!!!. Ci sono gli estremi per una querela o ci lasciamo offendere da questi pennivendoli?” (commento).
Tristezza + triste
: 2.680
“Quello che stupisce è la vostra folle ostinazione a non farvi da parte come se foste investiti da una missione divina. C’è in ciò qualcosa di patologico, che richiede l’intervento di uno psichiatra, ma anche di triste”.
Disperazione + disperato
: 1.080
“Sono disperata: anche la casa, l’unica cosa che mi resta, in questo momento è invendibile” (commento).
Entusiasmo
: 1.380
“L’entusiasmo contagioso è la miccia. Queste sono le nostre bombe!” (commento).
Ansia + angoscia
: 915 + 300
“Sono entrato in macchina nella gigantesca fabbrica vuota che si estende per due milioni di metri quadri. Ho provato un senso di smarrimento e di angoscia di fronte a questo vuoto immenso”.

Felicità
: 1.090
“Più consumi, meno sei miserabile, più sei invidiato. Qualcuno la chiama evoluzione, altri progresso. Il Pil guida le decisioni dei governi, non la ricerca della felicità”.

(http://nuovoeutile.it/setacciando-grillo-in-cerca-di-parole-chiave/)

Un altro elemento tipico del linguaggio emotivo è poi l’evocazione di immagini forti, esposte in chiave narrativa, a discapito di un resoconto oggettivo dei fatti.

Ecco cosa dice in proposito Christian Salomon nel libro Storytelling. La fabbrica delle storie (2008):

~ I criteri di una buona comunicazione politica obbediscono sempre più a una retorica performativa (i discorsi fabbricano fatti o situazioni) che non ha più l’obiettivo di trasmettere informazioni o illustrare decisioni, ma quello di agire sulle emozioni e gli stati d’animo degli elettori, considerati sempre più come il pubblico di uno spettacolo. E per questo si devono proporre non più argomenti e programmi, ma personaggi e racconti, la messa in scena della democrazia piuttosto che il suo esercizio.

Di seguito, la trascrizione di un estratto della conferenza stampa di Grillo a Roma del 21 aprile 2013:

~ Noi abbiamo fatto come una modificazione antropologica. Siamo partiti come un movimento che voleva spaccare tutto e siamo diventati una comunità quasi di scemi, che parliamo di cose che io nella mia vita da comico non avrei mai pensato neanche di dire seriamente le parole amicizia, affettuosità, stiamo insieme, solidarietà. Ero uno che prendeva per il culo tutto com’è giusto che faccia un comico. Ma io forse on son più niente. Sono un ex comico per i giornalisti, sono di destra di sinistra, demagogo, populista, fascista sono anche antisemita, contro le donne e contro… Mi avete detto di tutto. Andiamo avanti, ho le spalle grosse. Ma noi ci siamo tramutati in un… Sono arrivato con un furgone, con un camper che mi ha dato a metà prezzo chi li noleggia perché è uno che condivide. Che ci danno torte, salami, prosciutti. Andiamo dal distributore “siete i 5 stelle ti faccio mezzo pieno gratis”, “dammi un prosciutto” e gli diamo il prosciutto.
(minuto 25 circa)

Come possiamo notare il discorso segue la struttura tipica della narrazione: situazione iniziale – esordio – peripezie – tensione – nuovo equilibrio. E ci sono tutti i ruoli tipici dei racconti: protagonista, antagonista, oggetto (situazione o persona desiderata che mette in moto l’azione), aiutanti, avversari.

È essenziale in questo tipo di comunicazione la figura del narratore, del leader carismatico. La verosimiglianza del racconto dipende unicamente dal coinvolgimento che chi parla è in grado di suscitare. Sempre Salomon:

~ Il successo di una candidatura non dipende più dalla coerenza di un programma economico e dalla pertinenza delle soluzioni proposte, e nemmeno da una visione lucida dei nodi geostrategici o ecologici, ma dalla capacità di mobilitare in proprio favore grandi correnti di audience e di gradimento.


La fabbrica del consenso

Considerando tutti gli elementi citati, verrebbe da pensare che nonostante l’apparente istintività di Grillo, la sua sia una strategia comunicativa studiata nei minimi dettagli anche nel suo sembrare spontanea.

Una tecnica raffinata, molto più di quanto possa sembrare. Ma non nuova.
Si tratta infatti di strategie di persuasione in uso da decenni nella propaganda politica e commerciale, sperimentate da numerosissimi spin doctors.
Già nel 1928, Edward Bernays (nipote di Freud ed esperto di persuasione, considerato il padre delle moderne pubbliche relazioni) diceva nel suo libro Propaganda:

~ La personalità è al centro dell’attuale vita politica. Sulla base di questo dato intangibile bisogna cercare di ottenere l’adesione del pubblico a un partito, un programma, a una strategia internazionale. Il fascino del candidato è il segreto alchemico capace di trasmutare la povera carta di un programma elettorale nell’oro dei voti.

Questa è la strategia attraverso cui costruire l’ingegneria del consenso:

~ Questi leader, con l’aiuto di tecnici che si sono specializzati nell’utilizzo dei canali di comunicazione, sono oggi in grado di realizzare consapevolmente e scientificamente ciò che abbiamo chiamato L’ingegneria del consenso“.

Lo stesso concetto era già stato anticipato da Walter Lippman, giornalista statunitense che nel libro The Phanton Public (1925) scrisse riguardo il fenomeno che lui definiva la fabbrica del consenso:

~ L’elaborazione di una volontà generale da una moltitudine di desideri generali è […] un’arte ben conosciuta a leader, politici e comitati direttivi. Consiste essenzialmente nell’utilizzo di simboli che costruiscono le emozioni dopo averle staccate dalle rispettive idee. Poiché i sentimenti sono molto meno specifici delle idee […] il leader è capace di ottenere una volontà omogenea da un’eterogenea massa di desideri. Il processo attraverso il quale le opinioni generali sono spinte alla cooperazione consiste nell’intensificazione dei sentimenti e una parallela degradazione dei significati.

Evocare immagini, suscitare emozioni, scaldare gli animi. Un tipo di comunicazione rivolto a una massa più che agli individui; parole per suscitare l’applauso del pubblico più che la riflessione dei singoli. Ecco allora che diventa opportuno citare Gustave Le Bon, etnologo e psicologo francese che per primo si occupò di studiare scientificamente il comportamento delle folle. Egli afferma quanto segue:

~ La massa è straordinariamente influenzabile e credula, è acritica, per essa non esiste l’inverosimile. Pensa per immagini, che si richiamano vicendevolmente per associazione […] e che non vengono valutate da alcuna istanza ragionevole circa il loro accordo con la realtà. I sentimenti della massa sono sempre semplicissimi e molto esagerati. La massa non conosce quindi né dubbi né incertezze.

Vorrei accostare alla descrizione di Le Bon altri due brani tratti dalla conferenza stampa:

~ Come un formicaio siamo. Le formiche non hanno un pacemaker, un’intelligenza collettiva.
Ogni formica parte, va dove c’è il cibo col percorso più veloce, più vicino, ma non ha direttive: lo sa. E loro lo stesso. Noi siamo questi. Siamo queste amebe che ci sono, che sono incredibili, che non ci sono menti centrali ma la mente è sparsa. Così è la rete, così sono i flussi finanziari: ci sono cose che vanno per conto loro. È questo, e non hanno ancora capito, non hanno ancora capito che si sta espandendo. Ecco la paura dell’applauso. L’applauso che hanno fatto a Napolitano era un applauso di esorcismo. Stanno morendo di paura e quell’applauso lì li ha esorcizzati per ancora sei mesi.
(min 47)

~ È la prima cosa, la conoscenza, è una nostra stella. Accesso alla rete libera e gratuita è la prima cosa, la conoscenza, sancita dalla costituzione. L’accesso alla conoscenza per diritto di nascita, come la salute, come la religione. Dobbiamo cambiare. Un sogno, questo è un sogno. Stiamo sognando con questi qua, stiamo sognando. Un sogno condiviso da milioni di persone. Ma un sogno non a due legislature, un sogno a due generazioni. Cambiare dal petrolio alle rinnovabili, non è un cambiamento politico, è veramente una rivoluzione di civiltà. E allora ecco: una casa solare, una casa passiva, una casa attiva, dai da lavorare a ingegneri, architetti… il legno. I più grandi specialisti oggi costruiscono il legno. Grattacieli in Australia, Renzo Piano, materia riciclabile. Dobbiamo ricomporre tutte le cose. Questo bicchiere può essere fatto con metà energia, metà ore di lavoro e metà materiale.
(min 51)


Germi totalitari

Secondo Bernays, la propaganda non ha un’accezione negativa in sé, ma tutto dipende dall’uso che ne viene fatto, quindi dalle intenzioni dei leader che la mettono in pratica. Alla massa infatti non sono forniti dati oggettivi sulla base dei quali avanzare una riflessione propria, ma unicamente suggestioni allo scopo di manovrarne il consenso.

Ovviamente è un punto di vista controverso. L’utilizzo di queste strategie non ha infatti solo implicazioni pratiche, ma anche etiche e morali.

Tornando per l’ultima volta a Carofiglio, egli espone la questione in questi termini:

~ Ha scritto Zagrebelsky che la – metaforica – chiamata alle armi dei cittadini al seguito di parole d’ordine e contrapposizioni elementari e del tutto vuote (amore-odio, vecchio-nuovo, bene-male) è cosa da “imbroglioni della politica”: sono parole che possono far vincere le elezioni, “ma intanto spargono germi totalitari”

Alla luce di queste considerazioni, riporto ora, per concludere, alcuni post tratti dal blog di Grillo. A differenza delle affermazioni fatte a caldo in conferenza stampa, si tratta di testi ragionati, dove – si spera – nulla dovrebbe essere lasciato al caso:

~ Il MoVimento 5 Stellle è diventato l’unica opposizione, l’unico possibile cambiamento. Il Partito Unico si è mostrato nella sua vera luce. Noi o loro, ora la scelta è semplice. Coloro che oggi sono designati al comando della Nazione sono i responsabili della sua distruzione. Governano da vent’anni. Per dignità dovrebbero andarsene, come avviene negli altri Stati. Chi sbaglia paga. E chi persevera paga doppiamente. Entro alcuni mesi l’economia presenterà il conto finale e sarà amarissimo. Dopo, però, ci aspetta una nuova Italia.
(http://www.beppegrillo.it/2013/04/blue_sunday.html#commenti)

~ Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. E’ in atto “un colpo di Stato” (*). Pur di impedire un cambiamento sono disposti a tutto. Sono disperati. Quattro persone: Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti si sono incontrate in un salotto e hanno deciso di mantenere Napolitano al Quirinale (**), di nominare Amato presidente del Consiglio, di applicare come programma di Governo il documento dei dieci saggi di area pdl/pd che tra i suoi punti ha la mordacchia alla magistratura e il mantenimento del finanziamento pubblico ai partiti. Nel dopoguerra, anche nei momenti più oscuri della Repubblica, non c’è mai stata una contrapposizione così netta, così spudorata tra Palazzo e cittadini. Rodotà è la speranza di una nuova Italia, ma è sopra le parti, incorruttibile. Quindi pericoloso. Quindi non votabile. Il MoVimento 5 Stelle ha aperto gli occhi ormai anche ai ciechi sull’inciucio ventennale dei partiti. Il M5S da solo non può però cambiare il Paese. E’ necessaria una mobilitazione popolare. Io sto andando a Roma in camper. Ho terminato la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia e sto arrivando. Sarò davanti a Montecitorio stasera. Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese.
Una raccomandazione: nessun tipo di violenza, ma solo protesta civile. Isolate gli eventuali violenti.
(*) che avviene furbescamente con l’utilizzo di meccanismi istituzionali.
(**) “
Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato.” Carlo Azeglio Ciampi
(http://www.beppegrillo.it/2013/04/tutti_a_roma_ap.html#commenti)

~ Il Paese vuole togliersi, definitivamente, il sudario in cui l’hanno avvolta i caporioni del pdl e del pdmenoelle. La guerra è finita, arrendetevi. Liberateci per sempre dalla vostra presenza. Siamo esausti.
(http://www.beppegrillo.it/2013/04/ultima_fermata_capranica.html#commenti)

E a questo punto non mi resta che dire: ognuno tragga le proprie conclusioni.

Fonti

– Edward Bernays, Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia, 1928 (tradotto da A. Zuliani), Fausto Lupetti Editore, Bologna 2008
– Gianrico Carofiglio, La manomissione delle Parole, Rizzoli, Milano 2010
– Christian Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie (tradotto da G. Gasparri), Fazi Editore, Roma 2008

 Approfondimenti

http://www.linkiesta.it/psiconano-meetup-e-bersanetor-ecco-la-lingua-dei-grillini
http://www.internazionale.it/opinioni/annamaria-testa/2013/03/25/setacciando-grillo/
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/elezioni_sinistre/Cosenza.html
http://www.psicolinea.it/lingegneria-del-consenso/

Il video completo della conferenza stampa di Roma:
http://video.repubblica.it/dossier/quirinale-elezione-presidente-repubblica/beppe-grillo-a-roma-tutta-la-conferenza-stampa/126094/124591?ref=&ref=fbpr

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